Nel calcio la Brexit è italiana, crollato il sistema costruito sul colore delle maglie e sulla sottomissione al singolo

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Bye Bye Europa. Nel calcio la Brexit non è inglese ma italiana. Un duro colpo per tutta la Serie A l’eliminazione di Juventus e Napoli. 

Atalanta eliminata nei preliminari di Europa League dal Copenaghen. Milan eliminato nei gironi di Europa League da Betis e Olympiakos. Inter prima fuori ai gironi di Champions poi negli ottavi di Europa League con il modesto Francoforte. Roma fuori con il Porto negli ottavi di Champions League.

La Juventus vincitrice di otto scudetti consecutivi dei quali l’ultimo con un distacco enorme sulla seconda, malgrado Ronaldo umiliata nel gioco e nel risultato dall’Ajax primo in classifica nel campionato olandese undicesimo nel ranking UEFA dietro anche a Russia, Belgio, Ucraina e Turchia.

Il Napoli secondo in classifica con un ampio margine sulla terza eliminato dall’Arsenal quarta forza del campionato inglese alla quale non è riuscito a segnare neanche un gol.

Dopo l’eliminazione dall’ultimo mondiale trascurare questi segnali significherebbe affossare definitivamente il calcio italiano.

Urge una seria e costruttiva riflessione su come rilanciare questo sport accantonando, una volta per tutte, la gestione dell’intero movimento secondo la logica della distinzione del colore delle maglie.

“Con tutto il rispetto per Roma e Napoli ma le milanesi devono tornare in Champions” oppure “Per tornare ad essere competitivi in Europa con la Juventus è necessario il ritorno delle milanesi ai fasti di un tempo”. 

Dopo i continui fallimenti del calcio italiano fuori dai propri confini (ricordiamo fuori dall’ultimo mondiale, Europeo che manca dal 1968, Champions League che manca dal 2010 ed Europa League che manca dal 1999) sono dichiarazioni che dovrebbero far vergognare chi delle istituzioni calcistiche nazionali in passato le ha pronunciate, facendo intendere un movimento calcistico basato non sulla meritocrazia ma sulla distinzione dei club in figli e figliastri insinuando di conseguenza il dubbio di possibili favoritismi sul campo.

  • Un inutile campionato a 20 squadre (anziché 16 o al massimo 18) solo per motivi di business e che costringe le squadre impegnate in Europa a giocare quattro altrettanto inutili partite alcune con ancora più inutili turni infrasettimanali.
  • Lasciando da parte il discorso sul flagello di piattaforme non pronte, diritti televisivi svenduti se quanto incassato dalla Serie A si confronta ad esempio con gli introiti della Premier League (e in Inghilterra in TV non vengono trasmesse neanche tutte le partite).
  • Plusvalenze ‘ingrassate’, come e forse più di alcuni calciatori, lasciate passare come ‘mandrakate’ societarie.
  • La diversa applicazione del regolamento in base al colore delle maglie.
  • La grande invenzione tecnologica del VAR fatta funzionare a intermittenza o, se preferite, a convenienza.
  • L’onesta intellettuale dei media sottomessi o impauriti bruciata per assecondare le esigenze di un singolo protagonista.

Tutti elementi che hanno arrecato un danno al calcio italiano che sembra al momento irreparabile e che, forse, ha danneggiato ancora di più proprio chi si intendeva agevolare.

Riflettere, analizzare, risolvere: il calcio italiano può farlo, a patto che chi gestisce e chi ci lavora lasci nell’armadio bandiere, maglie e sciarpe.