L’allenatore del Napoli Campione d’Italia Antonio Conte, ha rilasciato un’intervista ai microfoni di Sky Sport.
Questi i passaggi più interessanti delle sue dichiarazioni.
“Quando finisco di giocare a calcio faccio un’intervista che poteva sembrare presuntuosa ma non lo era. Dissi: se in tre anni non arrivo ad allenare la Juve o comunque a livelli alti, smetto di fare l’allenatore. Un’affermazione che poteva sembrare esagerata perché era forte, ma fa capire anche la ferocia nel raggiungere un obiettivo.
Quando arrivo ad Arezzo, sono uno che pensa di essere allenatore per essere stato allenato da tutti i grandi tecnici di quel periodo. Tranne Capello, io sono stato allenato da Lippi, Sacchi, Ancelotti, Fascetti, Mazzone. Ma non ero un allenatore e prendo questa bella mazzata nei denti e capisco che devo studiare. Ma ringrazio anche il Signore di essere stato mandato via. Perché se non vengo mandato via e non capisco alcune dinamiche, e non mi metto a studiare, magari rimango l’Antonio Conte che crede di essere allenatore ma è ancora giocatore nella testa.
Per me è stato fondamentale l’anno in cui sono rimasto fermo. Sono rimasto a casa, mi sono messo a studiare veramente tanto col mio subbuteo che c’è sempre. Tante situazioni le rivedo riportandole lì tra fase difensiva e offensiva.
Juventus? Un giorno ero a cena con mia moglie e vedo Giraudo che mi chiama. Dall’altra parte del telefono c’è proprio Agnelli che voleva incontrarmi. Ci salutiamo e lui mi chiede se volessimo comprare giocatori della Juve, così capisco subito di non essere nella sua idea per il futuro. Poi dopo verrò a sapere che la moglie gli chiese chi fossi e lui rispose: il futuro allenatore della Juve. Quei tre anni sono stati incredibili. Il primo scudetto lo abbiamo vinto da imbattuti nonostante i favori dei pronostici erano per il Milan che aveva grandi campioni come Ibrahimovic. Perdiamo solo la finale di Coppa Italia contro il Napoli. I 102 punti sono stati qualcosa di incredibile.
Al Tottenham è stato un anno difficile. Arrivo a novembre con loro noni in classifica e finiamo in Champions superando l’Arsenal e conoscete la rivalità tra i due club. Per loro andare in Champions era come vincere la Premier. Io chiamo il mio staff e gli dico: non ci abituiamo a questi festeggiamenti. Non si festeggiano queste cose. Noi siamo abituati a festeggiare altre cose.
Ci sono delle cicatrici profonde, ecco perché a volte io tiro fuori una cattiveria che può far paura. Cerco in tutti i modi di vincere e celebrare le vittoria, cosa che io in passato tante volte non ho fatto e mi sono pentito. A Napoli me la son goduta perché si fa tanto per arrivare al traguardo e vincere, una volta che tu arrivi al traguardo devi godertela altrimenti non ha senso fare il percorso e fare tutti quei sacrifici.
Con il Napoli ho firmato un contratto di tre anni. L’obiettivo era costruire basi solide. Il primo obiettivo era il ritorno in Europa, neanche in Champions. Poi al terzo anno prepararci a competere per vincere. Noi abbiamo fatto questo step con situazioni e forze non da vincere lo scudetto. Il fatto di averlo vinto non ha cambiato quello che avevo in testa.
Durante l’anno alcune cose non mi hanno fatto felice come l’arrivo l’ultima settimana di giocatori come McTominay, Neres, Gilmour e Lukaku. Non mi era piaciuto di base. Poi a gennaio tutti sapete benissimo cosa è successo. Io penso di essere stato molto bravo a incassare, a non dare alibi ai miei calciatori e a me stesso. Quando firmi hai oneri e onori. Nel momento in cui abbiamo parlato mi hanno confermato gli errori commessi ma il primo anno di matrimonio poteva essere più turbolento. Quando ho avuto rassicurazioni da questo punto di vista abbiamo continuato perché c’è uno scudetto da difendere e un lavoro da tutelare.
La cosa che mi è dispiaciuta è che su un eventuale divorzio tra me e il Napoli a un mese dalla fine del campionato si sia parlato di me alla Juventus. Io non avevo alcun accordo con la Juve. A chiunque ha provato ad avvicinarsi ho sempre detto: non parlerò con nessuno fino a quando non avrò parlato con il presidente De Laurentiis.
Per me la Juve, era e sarà sempre la Juve così come il Lecce. Nessuno potrà mai inficiare il mio sentimento nei confronti della mia storia, dove sono cresciuto. Mi dà fastidio perché a volte dietro il mio personaggio in tanti ci marciano, perché mi rendo conto che il mio nome è diverso. Anche quest’anno alla presentazione a Napoli in piazzetta iniziano a chiedermi di saltare al ‘chi non salta juventino è’. Io li stoppo e dico che non potete chiedermi di fare qualcosa che non farò mai. Ma così come sarà quando andrò via da Napoli. Ci vuole rispetto”.






